Giovanni Perich nasce a Bologna il 26 febbraio 1941.

Il 1941 è l’anno in cui la guerra ha una tragica svolta: l’attacco a Pearl Harbor e la campagna di Russia, che vedrà decine di migliaia di morti italiani.
In Italia Cesare Pavese pubblica Paesi tuoi, Alfonso Gatto Poesie. Escono anche La mascherata di Alberto Moravia, Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati, e la raccolta di racconti Il gioco segreto di Elsa Morante.
Al cinema escono, tra gli altri, La corona di ferro di Alessandro Blasetti, La nave bianca di Roberto Rossellini, Teresa Venerdì di Vittorio De Sica e Piccolo mondo antico di un ancora poco conosciuto Mario Soldati. Il dodicesimo campionato di Serie A viene vinto dal Bologna, quello “squadrone che tremare il mondo fa” di Biavati, Sansone e Puricelli.

Il padre Giorgio è di origini dalmate, mentre la madre Mafalda D’Alicandro è di origini toscane. I genitori si conoscono a Milano, dove il padre è emigrato da Zara, città con la quale mantenne un solido legame tutta la vita, e dove la madre porta avanti una promettente carriera di attrice filodrammatica.

Successivamente si trasferiscono a Bologna, città della quale il padre conserva un ottimo ricordo, per via di un intervento subito al rinomato Istituto Ortopedico Rizzoli. Non sono noti i motivi esatti della scelta, ma evidentemente la coppia deve aver preferito Bologna a Milano come città in cui far nascere e allevare i propri figli. A Bologna nascono infatti Corrado, Marcello e Giovanni.

La famiglia è tutto sommato benestante, come si può desumere dal fatto che avesse una domestica a tempo pieno, che facesse vacanze sulle dolomiti e al mare, sempre con la domestica al seguito. I figli vengono iscritti al prestigioso Collegio San Luigi fin dalla scuola primaria, anche se a un certo punto, quando il primogenito Corrado frequenta il Liceo, il padre li ritira dall’Istituto a causa della bocciatura di questi, evidentemente ritenuta ingiusta.

Si deve proprio a questo evento il fatale incontro tra Giovanni e il suo maestro e poi amico Gaetano Arcangeli.

Fin dall’infanzia Giovanni ha sempre manifestato una spiccata sensibilità per la poesia, incoraggiato in ciò dalla madre, che aveva per lui attenzioni speciali, probabilmente perché era il “piccolo” di casa. Per questo motivo l’Arcangeli poeta gli era già noto prima ancora dell’esame di quinta ginnasio, quando se lo trovò nella commissione esaminatrice.

Nei suoi confronti Giovanni ha avuto per tutta la vita una devozione e una ammirazione sincere, al punto da sentirsi per molto tempo inferiore a lui, specialmente come poeta. Pur essendo conscio delle sue capacità, a è stato difficile convincerlo che la sua produzione letteraria, mano a mano che vedeva la luce, fosse quantomeno equiparabile, se non superiore. In ogni caso, da questi anni liceali nacque una profonda amicizia e una relazione artistica allievo-maestro durata fino alla scomparsa di Arcangeli.

Seguono poi gli anni dell’Università, portati avanti tra difficoltà e senso di inadeguatezza, ma con determinazione, vissuti assieme a un solido gruppo di amici che, tra alterne vicende, gli sono rimasti accanto fino all’ultimo. Alla fine degli anni ’60, Giovanni Perich, svolto il servizio militare (anche in questo caso con molte difficoltà, compresa la perdita prematura della madre), si affaccia all’insegnamento, avendo ben chiaro davanti a sé il modello del suo maestro Arcangeli e, perché no, il sogno un giorno di diventare esattamente come lui e insegnare al Galvani.

Tale sogno si realizza tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, dopo un decennio di esperienza tra scuole della provincia e della città. Contrariamente alle aspettative, le cose non vanno esattamente come se le era prefigurate. Il suo metodo di insegnamento “alla Arcangeli”, forse ancora acerbo, e senz’altro anche i pregiudizi, creano diffidenza nei genitori e soprattutto una frattura con il preside dell’epoca, che sfocia in un’ispezione ministeriale, che comunque ha esito positivo. Per Giovanni, però, è tempo di cambiare, lasciare con sofferenza la cattedra dell’amato Arcangeli e trasferirsi definitivamente al Liceo Righi, dove rimane fino a fine carriera.

Qui trova un ambiente assai differente, entro il quale è valorizzato dalla preside sia come uomo che come insegnante: lo vediamo infatti impegnato in molte iniziative culturali extra-scolastiche, come incontri con gli autori, corsi di approfondimento sulla poesia e conferenze letterarie.

Come insegnante è stato decisamente anticonvenzionale e, pur rispettando i programmi scolastici, ha sempre cercato di trasmettere agli allievi la sua passione interminabile per la poesia, soprattutto quella del ‘900, con metodi a dir poco sconvolgenti per degli adolescenti arrivati al triennio liceale dopo un’esperienza scolastica solitamente tradizionale.

Spesso infatti la lezione consisteva nel far scrivere una poesia alla lavagna, tratta dai suoi autori preferiti: Arcangeli, Saba, Montale e Penna, solo per citarne alcuni. Solo che, volutamente, ometteva di dettare una o più parole qua e là. Succesivamente iniziava a chiedere a qualche studente quale parola avrebbe usato, e soprattutto di motivarne la scelta, suscitando alla fine un vero e proprio “dibattito” che arrivava a coinvolgere tutta la classe.

Il suo obiettivo era quello di far ri-vivere agli studenti il processo creativo che, secondo il suo parere di addetto ai lavori, stava alla base della poesia, quel processo da lui stesso applicato ogni giorno, a casa, dopo l’insegnamento.

Oltre a questo, parte fondamentale dell’insegnamento – e assieme trasmissione del gusto e amore per la letteratura -, era la lettura a puntate di un romanzo, durante la quale sfoggiava la sua eccellente capacità recitativa, eredità – diceva – della madre attrice. Grazie a ciò i suoi studenti hanno potuto conoscere e apprezzare opere come Le lettere da Capri di Mario Soldati, La fine dell’avventura di Graham Green, Il piatto piange di Piero Chiara e, non ultima, La coscienza di Zeno di Italo Svevo, da lui particolarmente amata. La passione e il piacere che Giovanni metteva in queste letture, teneva tutti sulle spine, puntata dopo puntata, e in quasi tutti sfociava nella voglia di leggere d’un fiato il romanzo in questione, magari andando a prenderlo a prestito in biblioteca.

Da acuto osservatore della vita e dell’anima, aveva il gusto del paradosso e dello scherzo, alla maniera di Wilde e Flaiano, tipico in chi, come lui, prende in realtà tutto molto seriamente, come dimostra lo stile di vita, anche fuori dalla scuola, interamente votato in modo quasi maniacale alla ricerca del vero.

Il luogo privilegiato, oltre alla scuola, nel quale si potevano cogliere questi e altri aspetti del suo carattere era il caffè. Questo era per Giovanni un centro di adesione costante alla vita e, idealmente, a quella società letteraria alla quale sentiva di appartenere a pieno merito.

Prima al Roxy e poi al “Calascione”, come era solito definire il Caffè Zamboni, era possibile incontrarlo intento al lavoro assiduo su di una poesia o semplicemente su di un solo verso, e lì si veniva accolti per un caffè e il semplice gusto di condividere una chiacchiera -mai banale o scontata- su tutto ciò di cui era “goloso” (per usare una sua stessa definizione), oltre alla poesia.

A questo tipo di lavoro “a contatto con la vita”, unito a quello svolto quasi ossessivamente a casa ogni giorno, si devono le otto raccolte di poesie edite più le altre centinaia di poesie inedite, due raccolte di epigrammi, due romanzi e le altre prose inedite, oltre alle quattro biografie storiche, scritte assieme a Pier Damiano Ori.

Come accade a tutti gli uomini eccezionali, il suo modo di essere uomo, poeta e insegnante, ha finito per polarizzare in due schieramenti chi lo ha conosciuto (studenti, e quindi anche genitori, colleghi e amici): o lo si amava, avendo compreso la portata del suo modo di essere, o non lo si apprezzava affatto. Non è scopo di questa breve biografia, e non è questa la sede per dare un giudizio esaustivo e definitivo sull’uomo, sull’insegnante e sul poeta, poiché esso necessariamente deve tenere conto della costellazione di ricordi che ognuno di noi che lo ha conosciuto e frequentato serba nel proprio cuore.